L’industria dei sistemi di fissaggio alla sfida del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM)

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L’entrata in vigore della fase definitiva del Carbon Border Adjustment Mechanism, dal 1° gennaio 2026, ha trasformato una questione normativa in una variabile concreta di costo e di supply chain non più ignorabile

Una regolamentazione che ha cambiato natura

Per anni, il CBAM — il meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alle frontiere — è stato percepito come un adempimento burocratico futuro: qualcosa da monitorare, ma non ancora da gestire operativamente. Ora quella stagione è finita.

Dal 1° gennaio 2026, l’Unione Europea ha avviato la fase definitiva del CBAM. Non si tratta più di una semplice rendicontazione delle emissioni incorporate nei prodotti importati: da quest’anno sono scattati i costi reali. I prodotti soggetti al meccanismo — tra cui i sistemi di fissaggio in acciaio classificati sotto il codice doganale 7318 — importati nell’UE devono essere accompagnati dall’acquisto di certificati CBAM proporzionali alle emissioni di CO₂ incorporate.

Il cambiamento non è solo contabile. È strutturale. E per chiunque gestisca supply chain globali nel settore dei sistemi di fissaggio, ridisegna le regole del gioco.

Il problema dei valori di default: un rischio sottovalutato

Al centro della complessità operativa del CBAM c’è una distinzione fondamentale: quella tra dati di emissione reali e verificati dei fornitori e i valori di default pubblicati dalla Commissione Europea per paese di origine e codice CN.

In teoria, il percorso virtuoso è chiaro: il fornitore misura le proprie emissioni, le fa verificare da un ente accreditato, e l’importatore usa quei dati per calcolare i costi CBAM effettivi. In pratica, questo percorso è oggi praticabile solo in misura limitata.

I motivi sono molteplici e strutturali. L’accreditamento dei verificatori da parte degli organismi nazionali europei non era ancora completato all’inizio del 2026, con il risultato che il numero di auditor disponibili per le verifiche fisiche in loco — obbligatorie nel primo anno — è ancora insufficiente rispetto alla domanda. Le verifiche riguardano migliaia di produttori distribuiti in tutto il mondo. E la scadenza per la presentazione della dichiarazione CBAM annuale per le importazioni 2026 è fissata al 30 settembre 2027: un arco di tempo apparentemente ampio, ma strettissimo se si considera che i dati del 2026 potranno essere verificati solo a partire dal 2027.

Il risultato pratico è che la maggior parte degli importatori europei di sistemi di fissaggio si troverà, almeno per il 2026, a dover utilizzare i valori di default. Ed è qui che i numeri diventano dirompenti.

Quanto costano davvero i valori di default?

La Commissione ha pubblicato valori di default specifici per paese di origine e codice prodotto. Per i prodotti viti a testa esagonale (7318 15 88), prendendo come riferimento un prezzo del certificato di 80€/tonnellata di CO₂, i costi CBAM per tonnellata di prodotto importato variano in modo significativo a seconda della provenienza:

  • Vietnam: circa 136 €/tonnellata
  • India: circa 277 €/tonnellata (+100% rispetto al Vietnam)
  • Cina: circa 313 €/tonnellata (+130% rispetto al Vietnam)
  • Turchia: circa 394–449 €/tonnellata (+190–230% rispetto al Vietnam)

Per confronto, un importatore che utilizza dati reali verificati — stimando circa 2 tonnellate di emissioni per tonnellata di fastener — si troverebbe a pagare tra i 50 e i 100 €/tonnellata.

La differenza tra dati reali e valori di default può quindi essere di un fattore da 3 a 5 volte. Su volumi significativi, questo delta si traduce in impatti di bilancio potenzialmente nell’ordine del 30–50% del costo del prodotto.

A questo si aggiunge un meccanismo di escalation: i valori di default saranno aumentati del 10% nel 2026, del 20% nel 2027 e del 30% dal 2028 in poi, per disincentivare il ricorso al backstop e spingere verso la verifica dei dati reali. Il CBAM factor — la quota di emissioni non coperte da certificati gratuiti nell’EU ETS — diminuirà progressivamente fino al 2034, incrementando ulteriormente il costo per gli importatori.

Tre priorità operative

Davanti a questo scenario, l’impatto sul procurement è diretto. Chi gestisce forniture globali di sistemi di fissaggio deve affrontare almeno tre sfide operative immediate.

1. Lo status di dichiarante autorizzato

Dal 1° gennaio 2026, importare beni CBAM nell’UE senza essere un dichiarante autorizzato è irregolare. Non si tratta di una formalità: già nelle prime settimane dell’anno si sono registrati casi di merci bloccate alla frontiera perché le dichiarazioni doganali non riportavano il codice di autorizzazione o il numero di domanda in corso.

La procedura di autorizzazione è gestita dagli stati membri e prevede fino a 120 giorni per l’approvazione. Chi non ha ancora avviato il processo deve farlo immediatamente.

2. Il dialogo con i fornitori extra-UE

La qualità del dato che arriva dal fornitore determina il costo CBAM che l’importatore paga. Questo rende la comunicazione con la supply chain una funzione strategica, non più solo operativa.

Il messaggio da trasmettere ai fornitori è preciso: occorre che inizino a monitorare le emissioni secondo la metodologia CBAM, predispongano un sistema di rilevazione conforme, e siano pronti a essere verificati da un auditor accreditato. I fornitori che non lo faranno esporranno i propri clienti europei all’uso forzato dei valori di default — con le conseguenze economiche descritte sopra.

La comunicazione va standardizzata: cosa è richiesto, in quale formato, entro quando. Non è un compito che i fornitori possono affrontare autonomamente, soprattutto le PMI.

3. Il cost modelling differenziato per paese di origine

Il differenziale tra valori di default per paese rende il modello di sourcing un fattore di costo attivo. Un responsabile acquisti che confronta offerte da Cina, India, Turchia e Europa senza tenere conto del costo CBAM implicito sta confrontando prezzi non comparabili.

Costruire un modello di costo che integri il CBAM — anche con le approssimazioni del momento — è indispensabile per valutazioni corrette di make-or-buy, per rinegoziare i contratti di fornitura e per impostare la strategia di acquisto dei certificati nel 2027 (quando andranno acquistati sia quelli per le importazioni 2026 che quelli per il 2027 corrente).

Il fattore produzione europea: un vantaggio strutturale che il CBAM rende visibile

Il CBAM non crea un vantaggio per la produzione europea: lo rende misurabile e tariffato. Quello che prima era un differenziale di immagine — “prodotto in Italia”, “supply chain corta”, “standard europei” — diventa adesso un differenziale economico quantificabile.

I produttori europei di sistemi di fissaggio non sono soggetti al CBAM sulle loro vendite nel mercato domestico. Le loro emissioni sono già incorporate nel sistema EU ETS, con tutti gli obblighi e gli incentivi che ne derivano. Non c’è doppia tassazione, non ci sono valori di default che si applicano, non c’è incertezza sulla verifica.

Questo si traduce in una serie di vantaggi concreti:

  • Certezza del costo: nessuna esposizione ai valori di default, nessuna variabile legata ai tempi di verifica dei fornitori
  • Riduzione del rischio di compliance: nessun obbligo di gestire le dichiarazioni CBAM per quei prodotti
  • Semplicità amministrativa: eliminazione di una quota rilevante della burocrazia CBAM
  • Prevedibilità del Total Cost of Ownership: il costo reale non dipende dall’evoluzione del prezzo del carbonio applicato alle importazioni

In un contesto in cui il CBAM continuerà ad aumentare la propria incidenza nel tempo — sia per l’escalation dei valori di default, sia per la progressiva riduzione del CBAM factor — la produzione europea diventa una variabile di mitigazione del rischio, oltre che di qualità.

Il settore alla prova di una transizione imperfetta

Va detto con onestà: l’avvio della fase definitiva del CBAM è stato tutt’altro che fluido. La Commissione Europea ha pubblicato nove regolamenti attuativi solo due settimane prima dell’entrata in vigore del 1° gennaio 2026. I valori di default — criticati da più parti come sproporzionatamente alti e non documentati nella loro metodologia di calcolo — stanno di fatto trasformando il CBAM in una tariffa sulle importazioni, più che in uno strumento di incentivo alle produzioni a bassa intensità carbonica.

Queste criticità sono reali e meritano attenzione. Ma non cambiano la direzione di marcia: il CBAM è entrato in vigore, i costi sono reali, e la complessità normativa non esonera le imprese dalla necessità di gestirli.

Cosa osservare nei prossimi mesi

Alcuni sviluppi chiave da monitorare nel corso del 2026 e 2027:

  • Aggiornamento dei benchmark EU ETS (primavera 2026): fornirà valori definitivi per il calcolo CBAM con dati reali, riducendo l’incertezza attuale
  • Completamento dell’accreditamento dei verificatori nei paesi UE: condizionerà la capacità effettiva di usare dati reali per le importazioni 2026
  • Eventuale revisione dei valori di default: se la Commissione darà seguito alle pressioni di EFDA e altri stakeholder
  • Avvio del UK CBAM (gennaio 2027): entrerà in vigore senza periodo transitorio, con costi che si accumulano dal primo giorno

La bussola per chi acquista sistemi di fissaggio oggi

Il CBAM non è ancora un costo perfettamente prevedibile, ma è già un costo reale. I responsabili acquisti che lo ignorano stanno costruendo piani di spesa su ipotesi incorrette.

In questo contesto, la scelta di affidarsi a produttori europei — con supply chain corte, emissioni già rendicontate secondo standard EU, e nessuna incertezza legata alla verifica dei dati — non è una scelta emotiva o simbolica. È una scelta che riduce il rischio, semplifica la compliance e rende il costo totale più prevedibile e difendibile.

È questo il contributo che Specialinsert porta ai propri clienti: inserti e sistemi di fissaggio prodotti in Italia, con la tracciabilità e la certezza normativa che il mercato europeo richiede sempre di più.